Giuseppe_Borri.jpg
Il Calzaturificio Giuseppe Borri fu fondato da Giuseppe Borri nel 1892 a Busto Arsizio, città conosciuta già allora per il settore tessile; ciò avrebbe facilitato il reperimento sia di clienti sia di materiali per produrre. L'azienda operò per un secolo e fu la prima in Italia a utilizzare macchinari per la completa produzione delle calzature, fino a quel momento lavorate a mano. Giuseppe Borri iniziò la sua attività con dei macchinari di origine tedesca, famosi per la precisione e affidabilità; con il passare del tempo, ad essi subentrarono però i macchinari americani del sistema Goodyear (scoperti da Borri in occasione dell'esposizione di Parigi del 1900), preferiti a causa di una evoluzione nei prodotti (che iniziarono a comprendere calzature da bambino) e della migliore qualità delle macchine e delle calzature da essi prodotte.
Giuseppe Borri fu il primo ad operare nel settore calzaturiero sull'asse del Sempione.

A soli 25 anni Borri creò il primo stabilimento, ben più piccolo di quello divenuto storico, in vicolo Albrisi, dove si trovavano macchinari costruiti sui progetti dell'imprenditore ed iniziò la fabbricazione delle calzature per
borri-vitale.jpg
uomo, donna e bambino. Con bontà, pazienza e competenza iniziò la sua avventura nell'ambito imprenditoriale.

Nel 1901 Borri si mise in società con un altro imprenditore, Oreste Vitale, e formò la "Calzatura Sempione".

All'inizio del Novecento si producevano circa 500 paia di scarpe al giorno con un impiego di circa 200 persone. Il processo di produzione era molto lungo e prevedeva oltre 70 passaggi, dalla misurazione delle pelli alla finitura, e le calzature prodotte erano dette di "qualità Superiore" o "qualità extra", e costavano circa 12 lire quelle da uomo, 10 quelle da donna e 6 quelle da bimbo.

Borri Piuma.jpg

I due produssero scarpe per bambini sotto il marchio "Pinocchio"
fino alla soglia degli anni '20, quando tornarono a utilizzare ciascuno il proprio nome. Borri, in seguito alla separazione da Vitale, continuò a produrre sotto il marchio
"Piuma", che prendeva il nome dalle qualità delle scarpe della collezione, le cui caratteristiche erano leggerezza, solidità, rigidità e flessibilità tutte insieme.




La pubblicità del Calzaturificio anticipò i tempi e utilizzò molti eventi per la promozione dei prodotti, dalla partecipazione alle
9 mercury anni '50.jpg
Le tracce dei prodotti si persero fino agli anni '50, quando venne realizzata una promozione speciale con le allora famose macchinine Mercury, date in omaggio con ogni paio di scarpe per bambini.fiere ai gadget.
Nel periodo fra gli anni '60 e '70 il Calzaturificio acquistò un'altra sede a Luino, dove le tomaie venivano prodotte e poi trasferite a Busto, probabilmente perché il costo della pelle con cui erano fatte era minore lì che non nella città d'origine. Questo modus operandi esiste tuttora nel mercato e viene chiamato delocalizzazione.


image6.pngNei primi anni del Novecento il Calzaturificio ottenne anche diversi riconoscimenti, tra cui la Medaglia d’Oro della Galleria del Lavoro e la Medaglia d’Argento della Galleria dei Trasporti. Negli anni seguenti si aggiunsero una medaglia d’oro nelle esposizioni di Londra (1906), Madrid (1907) e Copenaghen (1908), la Grande Medaglia d'Oro e Diploma al Concorso al Merito Industriale del 1908. Oltre a portare medaglie, l'esposizione di Milano fu per Giuseppe Borri un'ottima opportunità per ampliare i suoi orizzonti. Già l'anno successivo ampliò gli stabilimenti di Bus
to e la capacità produttiva aumentò fino ad arrivare a 1200 paia giornaliere. Come testimonia il premio della Galleria dei Lavoratori, i dipendenti del Calzaturificio erano trattati piuttosto bene per l'epoca: i turni di lavoro andavano infatti dalle 7:45 alle 12, e dalle 13:45 alle 18.Durante la pausa, gli operai andavano a casa a mangiare,
image7.png
per poi tornare al lavoro dopo un'ora e tre quarti. Nello stabile non si trovava una mensa, ma unicamente, negli ultimi anni, una

Le sirene, che annunciavano l'inizio dell'orario di lavoro pomeridiano, suonavano anche cinque minuti prima dell'inizio effettivo del turno, in modo da segnalare la fine della pausa pranzo.macchina per il caffè. Per contro, gli operai dovevano essere puntualissimi a presentarsi sul posto di lavoro: le presenze si contavano con il famigerato "timbro del cartellino", e anche con un solo minuto di ritardo veniva tolto dalla paga il denaro corrispondente a un quarto d'ora di lavoro.


image8.png

Durante la Grande Guerra la ditta venne incaricata di produrre calzature per i soldati; il cambio di produzione portò a un cambio di macchinari e a un ingrandimento dello stabile. Alla morte di Giuseppe, nel 1926, l'azienda passò ai figli Carlo, Enrico e Ambrogio. In particolare
quest'ultimo, prese in mano le redini dell'azienda. Nel periodo fascista la produzione ricevette un occhio di riguardo dal regime per la qualità dei prodotti. Il successo proseguì anche durante il periodo della seconda guerra mondiale raggiungendo il suo culmine nel 1970. Il Calzaturificio Borri mantenne per tutta la sua attività una scelta di prodotti piuttosto lineare, con l'eccezione delle calzature militari. Né Giuseppe né i suoi successori apportarono mai grandi modifiche al prodotto, mantenendolo sempre stabile. L'unico elemento cui la società si adattò furono i clienti: da una clientela locale e selezionata, il Calzaturificio passò a servire clientele molto più vaste, prima solo nel nord Italia, poi in tutto il Paese e, anche se in misura molto minore, clienti privati all'estero.

image9.png

Probabilmente fu proprio questa linearità di prodotto che lo portò alla chiusura negli anni Settanta, mentre la guida dell'azienda era nelle mani dei nipoti di Giuseppe Peppino, Renato e Mario (che aprì in seguito a Fagnano, insieme ad altri soci, un'azienda di produzione e lavorazione di materie plastiche attiva ancora oggi). I consumatori cominciarono ad appassionarsi alle calzature più sportive e meno costose. Non condividendo la scelta del mercato e non volendo adattarsi ad esso, il Calzaturificio non ebbe altra scelta che chiudere. L'edificio venne invece ceduto al Comune, che ne è tuttora proprietario. Non sono ancora stati presi provvedimenti per l'eventuale riutilizzo dello stabile, che sta andando lentamente in rovina.

image10.png
Per quanto riguarda l'evoluzione del prodotto, all'inizio della sua carriera Borri produsse soprattutto scarpe da uomo. Successivamente si estese al campo delle calzature per bambini sotto il marchio "Piuma", nel quale, in particolare, le scarpe da bambina si differenziavano da quelle da bambino per una serie di dettagli tra cui bottoni, fiocchi, ecc. Negli anni seguenti il Calzaturificio iniziò a produrre anche scarpe per signora, e sviluppò il marchio "SuperScarpa". L'ultimo modello fu la "Borri Vittoria" del '70, nata con la diffusione delle automobili e pubblicizzata come estremamente comoda per chi guidava.




image11.png

Bibliografia:
1. Macchione, Pietro: Varese. Moda e mode. Unione degli Industriali della Provincia di Varese, 2010

2. Pacciarotti, Giuseppe: Un volto, una storia. La Quadreria dei benefattori dell'Ospedale di Busto Arsizio. Azienda Ospedaliera Ospedale di Circolo di Busto Arsizio, 2007

3. Ferrari, Donatella - Macchione, Pietro (con prefazione di Philippe Daverio): Varese in the World. Unione degli Industriali della Provincia di Varese, 2012

4. Autore sconosciuto: Borri 1892 - Cento anni di storia, 1939
Sitografia:
1. http://it.wikipedia.org/wiki/Calzaturificio_Giuseppe_Borri

2. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Borri

3. http://www.thehistorialist.com/2010/01/calzaturificio-borri-index.html
Fonti aggiuntive: interviste a ex-dipendenti del Calzaturificio
.